Fonte:
www.soundsblog.itNo, non è stata una banale intervista questa avuta qualche giorno fa con Enrico Silvestrin, vj, dj di grande competenza musicale e poliedricità artistica anche nelle vesti di attore. E´ stata una piacevole chiacchierata che abbiamo deciso con lui di condividere con voi lettori.
Ragionamenti sulla musica, una storia che parte dalla volontà di fare un botta risposta, intento che si è trasformato invece in qualcosa di molto più interessante e che credo ripeteremo anche in altre occasioni con altri personaggi addetti ai lavori e non.
Ve la riporto, a parte alcuni fronzoli, in via integrale. Ancora una volta Soundsblog si dimostra un piccolo epicentro dove la musica nel senso generale del termine è l´oggetto vero e centrale del nostro lavoro.
Buongiorno Enrico, sono Kaos di Soundsblog.it. Ci piacerebbe poterti intervistare per parlare un po´ di te e della tua musica. Aspetto notizie e grazie per la lettura della mail.
Grazie Kaos, ma prima voglio spiegarti cosa penso della musica così che possa capire meglio il mio "no". La musica che sento è una cosa mia, il rapporto con essa idem. Privato. Non pubblico, non da diffondere. Gli anni in cui parlavo di musica sono finiti, lascia stare il Festivalbar dove si parla si di musica ma non della musica che a me piace, o che vorrei diffondere.
A me piace così, per le mie cuffie e basta. E non c´è modo migliore per capire cosa ascolto che ascoltare la playlist sul mio space... oppure ascoltare un mio dj set. Ma ho perso la voglia di scriverne, parlarne, o spiegarne l´efficacia degli uni sugli altri (parlo degli artisti).
La musica andrebbe ascoltata e mai spiegata, diffusa forse, consigliata solo agli intimi, mai alle masse. Sarò old and grumpy ma questo è il mio pensiero...
...Nessun problema Enrico. Permettimi di dire la mia. Oggi la musica che ascoltiamo viene tendenzialmente imposta. Solo pochi hanno oggi la capacità (non la voglia, la capacità) di cercarsi la musica, visitare i negozi, usare i tanti mezzi a disposizione per scoprire il bello della musica che di certo non si trova a Festivalbar o a Mtv Trl. Allora ci sono due soluzioni per chi fa giornalismo musicale. La prima cosa è quella che fanno tutti: seguire gli uffici stampa e le grosse major e parlare della musica che fa successo solo perchè c´è del bel marketing dietro.
Oppure cercare la via social, nel nostro caso web. Oggi parliamo di Britney, certo, ma aprendo fin da subito gli occhi sul fatto che è forse la musica vera è altro. Parliamo di lei e cerchiamo nel contempo di spiegare con grande semplicità che bisogna allargare le prospettive. I blog sono solo la forma allargata (non massificata) del dare quei consigli da amico ad amico di cui parlavi, senza interessi dietro, senza marchette pilotate.
Tu immagino che sappia perfettamente che la tua competenza musicale è stata spesso religiosamente ascoltata e seguita, anche dal ragazzino che muore dietro all´ultimo fenomeno musicale senza valore. Perchè hai un bel personaggio e sai quello che stai dicendo. E sei uno dei pochi in giro a livello televisivo che ha così tanta autorevolezza.
Alle volte parlare di musica non significa sponsorizzare artisti, ma creare le condizioni perchè si possa imparare ad allargare le prospettive. E se non lo fa ogni tanto chi ne sa a pacchi come te, il risultato è che continueremo a vedere giornalisti che fanno marchetta solo al peggio della musica.
Ovviamente questo prescinde dal tuo rifiuto, comprensibilissimo (potevi persino non rispondermi). Dico solo che capisco il tuo ragionamento, ma credo non ci sia nulla di male e di insano nel dire la propria quando non la si sta dicendo a sproposito spesso accade.
Già (se ci pensi) le tue parole rappresentano in parte quello che stavo cercando.
Ecco ora il contributo conclusivo. Ringraziamo Enrico per la disponibilità e per gli innumerevoli spunti di riflessione proposti.
Il punto è che la cosiddetta divulgazione, volontaria o meno, avendolo fatto per esuberanza emotiva (scopri qualcosa e vorresti condividerlo, fino a qualche anno fa il mio carattere era questo, condivisione sempre, in ogni campo culturale), è stata la base del mio mestiere per 12 anni, e in questo lungo periodo molte cose mi sono diventate sempre più chiare, e proprio da qui è nato il mio impulso verso la "privatizzazione" della musica.
Il punto primario è l´assenza di un pubblico, di una scena, di una mentalità aperta che vada oltre a quella tendenza italica di osannare e distruggere, propria dell´onanismo culturale da cameretta, pc e forum. Tutto questo non creerà mai una scena, un pubblico un seguito reale. Lo spaccato dei club è questo, tale lo è quello dei mini-centri di aggregazione e/o condivisione a base musicale.
Facendo il dj mi sento di condividere quello che succede nel rapporto consolle-dance floor: quasi tutti lavorano come se fossero dei juke-box di hits, raramente come propositori di cose nuove. Si risponde alle esigenze della pista, del pubblico che balla solo le cose che conoscono, le stesse da 20 anni. Non si osa mai, non si propone mai. Io faccio i miei set all´Alien e mi forzo ad adottare una linea mia, rischiosa, ma efficace: un pezzo conosciuto ed uno o due consecutivi sconosciuti, senza dare il tempo alla gente di svuotare la pista.
Ma sono uno dei pochi, altrimenti è sempre la stessa banale sequenza di successi del medioevo. Questo è solo un esempio di quanto poco il pubblico italiano sia recettivo. Ero a Londra in settimana e sono andato a sentire la serata Durrr, ex Trash, patrocinata da Erol Alkan e Rory Philips, e i 4 dj che si sono alternati, al di là dei gusti personali, proponevano musica per lo più sconosciuta, ma che caratterizzava il sound individuale di ciascuno di loro, che erano l´uno diverso dall´altro.
La gente, il pubblico non mi sembrava nè affranta per questo nè in attesa di Blue Monday´s o Beautiful People´s di turno. Ascoltavano, ballavano, seguivano il percorso musicale proposto dai dj. Da noi tutto questo, senza un cambio di mentalità non accadrebbe mai. Qui regnano invidia, voglia di distruggere chi si è osannato fino a 5 minuti prima, ecc . . . nella musica come nello sport (vedi Vale Rossi), o in qualsiasi altro campo.
Qui manca il pubblico. Quindi a un certo punto mi sono chiesto: ma per chi sto parlando, a chi propongo, chi sta ascoltando? Nell´assenza di risposte, ho preferito ascoltare per me, per il mio unico piacere personale, non rinunciando alla proposizione ma facendolo in chiave velata e solo per chi viene "da me", con la playlist sullo space o con l´elettronica che suono nei miei set, o il rock che metto all´Alien a Roma i Venerdì sera.
Mi soddisfa così, lo preferisco così, mi basta così